Teresa Lettieri

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UN CASO DI COMUNICAZIONE “FUORVIANTE”

La violenza è uno di quei temi che dovrebbe vederci uniti in un fronte comune; se poi parliamo di violenza sulle fasce più deboli della società come bambini, donne ed anziani questo blocco unico dovrebbe rinforzarsi per la sola natura delle vittime, mentre si sfalda in milioni di frammenti pericolosi quanto rocce acuminate. E allora nessun luogo si scopre protetto, dalla famiglia agli asili, ai centri di accoglienza passando per quelli assistenziali. E in questa mancanza di tutela, che pone emergenze da risolvere e che non riguardano solo l’allontanamento e la condanna di chi si adopera con metodi disumani, ma la cura di chi è vittima, che non è solo cura della disabilità o del disagio violato  ma anche dell’anima, l’uso di messaggi che girano intorno, siano di natura social o prodotti dai media più consumati, siano di presentazione o di divulgazione, molto spesso aggravano e aumentano la frattura che questi accadimenti già scavano senza pietà per nessuno. La cura della comunicazione, che di per sé dovrebbe rappresentare il punto di partenza anche laddove si vogliono utilizzare metodi e strumenti diversi dai canoni tradizionali, diventa prioritaria quando il messaggio scavalca la platea dei cosiddetti portatori d’interesse e si rivolge ad un pubblico indistinto e usa canali della medesima tipologia, alla portata di chiunque. Le chiavi di decodifica, in tal caso, aggiungono numerosi altri territori e altrettante mappe che richiamano ad un parterre diversificato e spesso privo di strumenti adeguati per intendere. Il rischio non è solo quello di uscire “fuori traccia” ma generare addirittura distorsioni più complesse. Può un ragazzino comprendere, ad esempio, una modalità o quella modalità che è stata pensata dall’autore del messaggio? Questa domanda è stata affrontata e risolta mentre si progettava un messaggio? E’ chiaro che un adolescente conosce le parole violenza, abuso (spesso le vive pure), prevaricazione, dolore, ma qual è la sua chiave di lettura rispetto ad un messaggio in cui queste parole rappresentano, ad esempio, una provocazione, o nascondono un lato ironico che non sempre trova una risposta immediata da parte di chi invece l’ha intuita, mentre si alimenta delle considerazioni di altri coetanei, “scoperti” di quel senso critico indispensabile in occasioni come questa? L’ironia, il sarcasmo, eccellenti strumenti per dissacrare anche argomenti complessi non appartengono a tutti, è palese, ma quando l’argomento è di tutti oppure lo si vuole allargare su domini più ampi diventano armi pericolose. Peraltro, chi esordisce asserendo che l’ironia con la quale vengono trasferiti alcuni messaggi non è materia per tutti, dice una cosa giusta ma non dovrebbe dimenticare che la medesima selezione andrebbe applicata al ricevente e quindi non tutti ne fruiranno con l’intento programmato. Così come chi continua a puntare il dito adducendo alla grettezza intellettuale e all’ignoranza l’incomprensione di un messaggio compie una generalizzazione che serve semplicemente a bypassare il metodo con il quale è stato trasferito il contenuto spostando la comunicazione su di un altro livello, evidentemente con altri scopi o senza, a volte, purché si entri nell’arena. E’ evidente che la conflittualità non può che innescare divisioni e schieramenti assolutamente fuori luogo che minacciano qualsiasi buon proposito di partenza. Credo che ognuno di noi abbia una responsabilità imprescindibile quando comunica, sia nel proprio ambito  sia all’esterno e ancora di più quando si identifica quale portavoce di tematismi che potrebbero solo ricevere plauso e invece seminano gineprai impraticabili. Tale sistema che, diciamocela tutta, è stato sempre utilizzato come cavallo di troia in ogni epoca, ha con l’avvento dei social non solo amplificato l’accesso ma intensificato la frequenza dei messaggi, divenuta continua e così rapida da insinuarsi subdolamente nell’inconscio di chiunque per assumere contorni e dimensioni fuori controllo, mandanti di  “bombe” sociali estremamente pericolose. Non dimentichiamo che nella massa indistinta le vittime di queste bombe hanno una vision ancora più restrittiva e legata alla condizione vissuta, raramente accolta e compresa nelle tavole rotonde o nella convegnistica che le riguarda perché drammaticamente ancorata al proprio status di vittima, raramente trasformata in testimonianza disponibile e monito per altri. Quindi, se risulta sempre utile affrontare e sviscerare temi complessi affinché possano contribuire a radicare il senso di solidarietà, di civiltà, di reciprocità e di fiducia sollecitando anche scelte drammatiche come la denuncia, il modo ed il metodo per avvicinare i cittadini e le vittime in un percorso comune di sensibilizzazione deve tenere conto adeguatamente dei vari profili interessati perché spesso l’originalità di un messaggio crea mostri più difficili da combattere alimentati da distorsioni. Se una comunicazione non arriva nel modo giusto la responsabilità, che ci piaccia o meno, dipende sempre chi trasmette e non da chi riceve.